lunedì 23 gennaio 2012

altro blog.

Se vi va, seguitemi anche qui.

http://taschevuote.blogspot.com/

Grazie.

sabato 17 settembre 2011

Genere.

Non appartengo.

Non sono.

Non ho.

Non ho idoli. Non ho ruoli.

Non ho coerenza: rende sordi.

Io, solo: credo.

E credo nei miei bisogni.

Ho visto una città rotta al mio risveglio.

La gente si muoveva nei suoi binari di noia.

E mille donne, a staccarsi le identità dalle riviste.

Ricordi, accenni, caricature di Venere.

Morte con i loghi sulle ossa.

La nave.

La verità è una cosa esterna.

L’interno è mio.

Come mio è il fegato, lo stomaco, la strada.

La strada è mia, me la merito coi passi,

sotto il suono dei bicchieri che ho lasciato sul bancone.

E le mie mani hanno detto a tutto il mondo che

ero persa in quattro metri quadrati di pavimento.

Soffio il fumo e sfugge dalla mia lingua,

come il tuo sapore,

come le ore di veglia sul tuo bacino,

che si muoveva tutto come una nave.

E invece eri tu che mi strappavi l’aria

Con la fame di vita che trema tra le tue gambe.

Il passo.

Ci bruciano viva la mente.

Fanno roghi di carta.

Ci spaccano in due la testa come un papavero sotto ai piedi.

E penso. A cosa penso.

Penso che dovrei tornare a casa,

a svegliare i morti dalle foto,

a svuotare i mobili con un calcio,

a liberarmi dalle spiegazioni.

Che sono il vuoto che marcisce nel mio frigo,

il segnale di divieto che minaccia la mia finestra,

il paesaggio che non c’è e che mi annienta.

Che quando maggio fotte il passo a giugno

Il caldo fa sciogliere le caviglie.

Il mio nome.

E fare a gara a chi lancia lo sguardo più in fondo,

col freddo che ci rompe il naso come un pugno.

E il buio è un mostro che ci ingoia i piedi,

mentre tu chiedi il mio nome,

col sole che ti brucia i capelli.

Il mio nome è il tuo quando sei nata

Che avevi quattro chili di carne appesa all’anima.

Vieni qui.

Porta pure il tuo silenzio, se hai paura a venire da sola.

Nella tua spina dorsale non si muove foglia.

Eppure il vento ti spazza via i ricordi.

E tu atterri, come un uccello ferito, tra le mie costole.



giovedì 21 luglio 2011

Io a te.

Sono cresciuta.
Sui seni della mia bianca terra.
La luna al centro.
Lontana come l’amore.
Ed i miei sogni sono i nostri sogni.
Te li ho aperti come frutti.
Io. A te.
Che rispondi luce alla mia ombra.
Mentre cado tra le vertigini e gli spari
Impastando spade di fango per difenderti.
Sono cresciuta.
E basta questo.
Che si accorciano le linee della mano.
E che le spiagge sporche ci somigliano.

L'accordo.

Resisto.
Resisto al vento perché tu mi tieni.
Ti sei ingozzato di parole mie
e mi hai liberata.
Quando muovo le dita per creare
Tu sei la pelle che sfioro,
la roccia tra le mie onde.
Quando partorisco parole
Tu sei il rosso del mio sangue
Il pianto che reagisce al mondo.
Io devo a te le mie più inutili ragioni,
la cura della mia salute,
il viaggio senza esitazioni.
Questo accordo che ho preso coi tuoi sensi.
Questo eterno, eterno dondolarsi.
Dai miei occhi che niente hanno veduto
Ai tuoi occhi in cui esiste tutto.

Il viaggio.

I tetti della città
Come bilance, per quintali di niente.
E’ così che ho immaginato il paesaggio
Quando mi hai detto che avete chiesto libertà
ed io ho pianto. Per i tuoi vent’anni.
Ho pianto. Per il tuo profilo.
Per il suono che fanno i naufraghi cadendo.
E ti ho promesso: non si perderà più
Questo scheletro di ali che mi infili nella schiena.
Dolce e immobile come gli occhi di una statua.
Vieni a prenderti il superfluo
Che la vita inizia da dove tu l’hai lasciata.

giovedì 7 luglio 2011

Dio, ti prego, non farmi mai essere paziente.

La pazienza è quieto vivere. E’ mancanza di coraggio. E’ timore. E’scontentezza. E’ delusione. Si è pazienti quando si è costretti a tacere. Quando qualcosa ti conviene. Quando qualcosa ti serve. Non c’è niente di saggio né di giusto, nella pazienza. E’ una sconfitta, una sudditanza, un favore. Una presa per il culo. Un involucro intatto stracolmo di parolacce, di calci, di testate. La pazienza ha anche un suono orribile. Severo. Che strappa. Appuntito. La pazienza è una parola ricoperta di aghi. Di giusto, nella pazienza, c’è solo Andrea. E non c’è più, infatti. Perché la pazienza uccide quando ti si cuce addosso, ti costringe, ti spinge la testa nel cesso. E’ un atto feticista, sadico, perverso. Ma di quelli che non eccitano nessuno. Di certo non eccita me. Non ho pazienza nemmeno nelle cose belle. Pèrdono di valore. Di colore. Se devo aspettare per essere felice, ho già smesso di esserlo.

mercoledì 15 giugno 2011

Cani.

E ci insegnano a vivere come vivono i cani.

Leccando gli avanzi della vita degli altri.

Chiedendo carezze alle mani dei passanti.

Perché è nata con noi la ricerca della cura.

La voglia di urlare che chiamiamo vita.

E la libertà che ci gonfia i sogni.

Arriverà il giorno in cui partoriremo gioie.

In cui troveremo la luce nelle fogne.

Stretti intorno ai mondi di plastica sulle spiagge.