giovedì 30 settembre 2010

Taglio.

Frugavo tra i ricordi di mia madre,

quando ho trovato il sogno di me assente.

Che nascevo corpo ed aspettavo anima.

Che miagolavo al neon ed ero cieca.

Ho simulato spiriti e sentimenti.

Incartati e plastici. Elastici.

Casse di banconote false per comprare mezzo sorriso vero.

Fucili lucidi di mani che hanno sparato a zero.

Poi un taglio sul telo rosso svela gli occhi di un fratello.

Figlio della parola.

Vittima della gola.

Perverso e sacro come un parto.

Scavato e cavo come un pianto.

Stanco e ancorato nel mio porto.

Che cerca silenzi, che cerca conforto.

Che tocca gli addii e li rende lontani.

Parlando di me, tagliuzzando ricordi.

Coriandoli di voli non ancora accennati.

E fiabe da leggere con le dita.

Succhi di ingenua trasparenza da ingoiare.

E sapore di manna.

E prigioni di castelli aggredite dalla tua musica.

Luce artificiale che è verità falsa.

Che svela ogni velo.

E notte senza viso che si inginocchia sul mio grembo.

Guardami ancora mentre respiro il tempo.

Che ci minaccia di distanze.

Che torturiamo di assenze.

Perché ti appartiene il niente e il suo contrario.

Perché cade la pioggia a due passi da qui.

Dove si ferma il torrente.

Ed ogni stilla distilla le lotte e le morti.

Di padri troppo giovani per non lasciare sassi.

Sassi di forza e di coraggio che tu hai scagliato contro il vento.

Non farti portare via la soluzione dell'incanto.

Tienimi dritta nel volo acuto della mia mente e dell'aquila folle.

Piuttosto che lasciarti andare baratterei le dita con le righe.

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