Frugavo tra i ricordi di mia madre,
quando ho trovato il sogno di me assente.
Che nascevo corpo ed aspettavo anima.
Che miagolavo al neon ed ero cieca.
Ho simulato spiriti e sentimenti.
Incartati e plastici. Elastici.
Casse di banconote false per comprare mezzo sorriso vero.
Fucili lucidi di mani che hanno sparato a zero.
Poi un taglio sul telo rosso svela gli occhi di un fratello.
Figlio della parola.
Vittima della gola.
Perverso e sacro come un parto.
Scavato e cavo come un pianto.
Stanco e ancorato nel mio porto.
Che cerca silenzi, che cerca conforto.
Che tocca gli addii e li rende lontani.
Parlando di me, tagliuzzando ricordi.
Coriandoli di voli non ancora accennati.
E fiabe da leggere con le dita.
Succhi di ingenua trasparenza da ingoiare.
E sapore di manna.
E prigioni di castelli aggredite dalla tua musica.
Luce artificiale che è verità falsa.
Che svela ogni velo.
E notte senza viso che si inginocchia sul mio grembo.
Guardami ancora mentre respiro il tempo.
Che ci minaccia di distanze.
Che torturiamo di assenze.
Perché ti appartiene il niente e il suo contrario.
Perché cade la pioggia a due passi da qui.
Dove si ferma il torrente.
Ed ogni stilla distilla le lotte e le morti.
Di padri troppo giovani per non lasciare sassi.
Sassi di forza e di coraggio che tu hai scagliato contro il vento.
Non farti portare via la soluzione dell'incanto.
Tienimi dritta nel volo acuto della mia mente e dell'aquila folle.
Piuttosto che lasciarti andare baratterei le dita con le righe.

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